Settanta anni fa, a Marcinelle, si consumò la morte in miniera di 262 minatori.
di Tore Cherchi
Marcinelle, 8 agosto 2026. Alle 8.10, come ogni anno, il tempo si è fermato. La campana "Maria Mater Orphanorum" ha battuto 262 rintocchi, uno per ciascuna dei minatori divorati dal fuoco e dal gas al Bois du Cazier esattamente settant'anni fa.
Erano le 8.10 dell’8 agosto 1956 quando un carrello si bloccò nel pozzo di estrazione del minerale tranciando un condotto d'olio sotto pressione e alcuni cavi ad alta tensione. In pochi istanti l'esplosione e l'incendio che ne seguirono si propagarono in una miniera priva di adeguate vie di fuga, trasformando i cunicoli sotterranei in una trappola mortale. Sottoterra, a oltre mille metri di profondità, si trovavano 275 minatori. Solo 13 riuscirono a mettersi in salvo; gli altri 262 morirono intrappolati dalle fiamme o soffocati dai gas di combustione. Le vittime provenivano da dodici nazionalità diverse, ma più della metà, 136, erano italiani.
Per due settimane le squadre di soccorso tentarono di raggiungere i minatori intrappolati, mentre le famiglie, assiepate ai cancelli della miniera, attendevano notizie giorno dopo giorno. Il 22 agosto, un soccorritore italiano risalì sgomento in superficie e pronunciò la drammatica frase «tutti cadaveri»: nelle gallerie non c’erano altro che persone morte. Quella frase, «tutti cadaveri» è rimasta scolpita nella memoria collettiva.
La tragedia di Marcinelle non fu provocata da un accidente. Fu l’esito delle gravissime carenze nella manutenzione degli impianti e nelle misure di prevenzione e controllo della sicurezza. La vita dei minatori valeva poco che si trattasse di minatori di nazionalità belga o di immigrati.
L’alto numero di minatori di nazionalità italiana coinvolti nell’ecatombe si spiega con la massiccia emigrazione del secondo dopoguerra, anche dalla Sardegna e dal Sulcis Iglesiente in particolare, spinta dall’accordo bilaterale siglato tra Italia e Belgio. A corto di manodopera per le sue miniere, il Belgio si impegnava a fornire all'Italia 200 chilogrammi di carbone al giorno per ogni minatore inviato. Fu così che, tra il 1946 e il 1956, decine di migliaia di lavoratori italiani lasciarono il proprio paese per scendere nei pozzi della Vallonia, spesso senza formazione e in condizioni di sicurezza molto arretrate.
Il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha definito le vittime di Marcinelle parte dell'identità del Paese, sottolineando il valore che quella tragedia ha assunto per l'intero processo di integrazione europea, e il valore del rispetto degli immigrati.
Il Settantesimo anniversario ha determinato una decisione importante dell’Unione Europea. La vicepresidente della Commissione, Roxana Minzatu, ha annunciato che l'Unione istituirà una Giornata europea annuale in memoria delle vittime degli infortuni sul lavoro, fissata proprio nella data dell'8 agosto.
Nella miniera, Le Bois du Cazier”, oggi patrimonio Unesco, è stato conservato il cancello che separa il dentro, gli impianti minerari, e il fuori, il paese. Quando l’ho visitata la prima volta non ho potuto non pensare alle donne che lo premevano con i loro i corpi in attesa di notizie di un marito, di un figlio, di un fratello. Un elemento fisico, un cancello, evoca l’ansia e il dolore di una comunità.
La morte nelle miniere era (è) un fatto frequente ed enorme. Nelle miniere carbonifere del Sulcis, fra il 1938 e il 1983 sono morti 294 minatori; oltre 400 nell’intero periodo di attività. Nella sola “Grande Miniera di Serbariu” che rimase in attività effettiva per una ventina d’anni, sono morti 128 minatori. Questa miniera è collegata al Bois du Cazier. Insieme hanno costituito la rete europea delle miniere carbonifere con la partecipazione di altri quattro grandi centri di produzione del carbone tutti segnati anche da tragici fatti di morte sul lavoro. Fra questi, uno del Nord Pas De Calais. In quell’area, nel 1906, a Courriéres, un terribile “colpo di polveri” provocò la morte di 1099 minatori. Questi luoghi custodiscono la memoria del lavoro e dei lavoratori delle miniere, essenziali nella ricostruzione post Seconda guerra mondiale.
Con Bertolt Brechet, dovremmo sempre chiederci «chi costruì la ricostruzione?»


