Pietro Soddu, una personalità politica titolare di una «autorevolezza sostanziale»

di Giorgio Macciotta.

Pietro Soddu era esponente di una generazione di dirigenti politici che, in funzione di una compiuta democrazia, contribuì a porre al centro della politica regionale l’industrializzazione, come asse della politica di programmazione e sviluppo dell’economia isolana.

Nell’ultima fase della sua lunga e operosa vita spesso si domandava, autocriticamente, se quella direzione dell’impegno suo e della sua generazione (di governo e di opposizione) fosse stato giusta. L’evidente declino della centralità dei valori e dei temi che avevano orientato la sua vita non determinava un rifiuto sdegnato del «mondo come è diventato» ma lo portava ad una riflessione su quel che è necessario fare per vivere in questo mondo, interagire con esso e cercare di «orientarsi» ... per «orientarlo».

Sino agli ultimi giorni della sua vita ha continuato perciò a riflettere e a discutere, senza chiudersi in una difesa acritica delle sue convinzioni e delle sue scelte, tentando di capire le motivazioni delle posizioni dei suoi interlocutori per tentare di mutarle ma, anche, disponibile, se convinto, a condividerle.

Dei 97 anni della sua vita più di 60 li ha trascorsi al «centro della scena», gestendo il «potere istituzionale», quando lo aveva, ma, soprattutto, facendo valere la forza delle sue convinzioni e la forte tensione morale e civile che lo caratterizzava.

Fu, fin da giovane (a poco più di 30 anni), tra quei dirigenti politici della Regione Sardegna che si trovarono ad impostare e gestire la politica di «Rinascita», che costituiva (e ancora dovrebbe costituire) il punto qualitativamente più significativo dello Statuto di autonomia.

É difficile non cogliere la differenza di potenzialità tra le due diverse formulazioni degli articoli dei due statuti delle regioni con autonomia speciale del Mezzogiorno (Sardegna e Sicilia) volti a favorire la progressiva eliminazione dei ritardi di sviluppo.

«Lo Stato verserà annualmente alla Regione, a titolo di solidarietà nazionale, una somma da impiegarsi in base ad un piano economico, nella esecuzione di lavori pubblici», recita l’articolo 38 dello Statuto siciliano. «Lo Stato col concorso della Regione dispone un piano organico per favorire la rinascita economica e sociale dell’isola», dispone, invece, l’articolo 13 dello Statuto sardo.

Maggiori potenzialità ma, insieme, maggiore complessità delle scelte da compiersi per realizzare lo sviluppo della Sardegna.

Soddu fu tra coloro che si trovarono sul «ponte di comando», al momento di passare, per la prima volta, alla applicazione concreta di simili disposizioni statutarie.

La scelta che allora fu compiuta andava nella direzione di puntare ad una realizzazione di un piano di industrializzazione «forzata».

In Sardegna (come anche in Sicilia) si scelse di puntare sugli investimenti petrolchimici.

È del tutto evidente che le concrete possibilità della Regione di incidere sulla struttura di quei programmi (e, anche, sulla dislocazione dei relativi investimenti) erano vicine allo «zero». Le scelte si compivano (ma, forse, sarebbe più corretto dire «si ratificavano») a Roma con accordi tra il Governo e gli operatori economici.

Giocavano in tal senso ragioni «nobili» e «non nobili»: la «programmazione» e la «corruzione». Non si trattava solo di «quattrini» ma anche di forme di «corruzione delle coscienze».

Basta ricordare che in Sardegna il principale operatore economico del settore (Rovelli) controllava (direttamente o indirettamente) i due quotidiani dell’isola e che nell’operazione si disponeva anche del «potere di persuasione» derivante dal controllo della principale società sportiva, il «Cagliari calcio», che, non a caso, in quegli anni, «navigava» nei piani alti delle classifiche, vincendo, anche uno scudetto.

Ripensando a quella «stagione» Soddu si domandava (ancora oggi), con angoscia reale, se le scelte che allora furono compiute fossero quelle giuste e se, in ogni caso, lui e gli altri dirigenti politici che quelle scelte compirono avessero valutato tutte le possibili alternative.

È capitato a chi scrive di parlarne spesso con lui, ricordando di aver, a quel tempo, partecipato alle discussioni che si svolgevano nelle forze politiche di opposizione e nelle organizzazioni sindacali. Le voci contrarie alle scelte delle autorità regionali del tempo rispondevano più all’esigenza di «salvarsi l’anima» che alla disponibilità di un reale programma alternativo.

Quel «rovello» sulla giustezza delle scelte compiute era però il segno della sua costante disponibilità a valutare altre, possibili, opzioni, a non difendere in modo acritico le decisioni a suo tempo assunte. Non attribuiva la sua incertezza di oggi ad una sorta di «senno del poi» ma alla considerazione che forse, al tempo in cui come autorevole Assessore regionale o addirittura come Presidente della Giunta contribuì a quelle decisioni, non furono adeguatamente valutate le altre possibili vie da percorrere.

È questa continua disponibilità alla valutazione critica del proprio operato che ha consentito a Pietro Soddu, conclusa la stagione sostanzialmente breve del «potere istituzionale», di viverne una, ben più lunga, essendo titolare di una «autorevolezza sostanziale» che gli derivava da competenze indiscusse, costantemente aggiornate e affinate, e soprattutto dalla scelta di confrontarsi con tutti gli interlocutori per ascoltare le loro argomentazioni senza pregiudizi, pronto a modificare le sue posizioni se convinto dalle altrui ragioni.

Una disponibilità che forse sarebbe utile anche ai tempi attuali se non prevalesse, nei titolari del potere, la regola, resa celebra da Alberto Sordi, «Io so’ io e tu non sei nessuno».

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