La fine e il lungo addio

di Giuseppe Fiori

Alle 9.15 di lunedì 11 giugno 1984 l’ottavo bollettino medico: “Durante la notte le condizioni cliniche dell’onorevole Enrico Berlinguer si sono ulteriormente aggravate. L’attività elettrica cerebrale è scomparsa. Il coma, pertanto, è da considerarsi irreversibile”. “In un angolo, Bianca, la figlia, appoggiata al muro, legge le righe del bollettino. Ha gli occhi asciutti. Stringe in dentro le labbra in uno sforzo disperato, facendo lo stesso movimento circolare del volto che faceva il padre nei momenti di tensione. Sembra di vedere lui” [1].

   Il cuore cessa di battere alle 12.45. Novanta ore di agonia. Aveva sessantadue anni

   Scrive Luigi Pintor: “Mi colpisce ancora la sua immagine vacillante su quel palco. Avrei voluto essere presente a sorreggerlo”[2]

    Tornano a Roma, per i funerali, il pomeriggio assolato di mercoledì 13 giugno 1984, i settecentomila del 24 marzo, e altri se ne aggiungono, a centinaia di migliaia, sino a più di un milione in corteo dietro la bara verso piazza San Giovanni o assiepata lungo il percorso, molti rannicchiati sugli alberi, avvinghiati ai tralicci, arrampicati sopra i cartelloni della pubblicità. Pugni chiusi, segni della croce. I marosi delle bandiere rosse, gli striscioni con parole semplici, “Ciao Enrico”, “Enrico ti vogliamo bene”. L’impressionante silenzio rotto dal canto dell’Internazionale, qualcuno prega.

Mai per altri, nell’Italia repubblicana, una manifestazione di questa ampiezza. Alzando sopra la testa “l’Unità” con grande titolo rosso Addio, salutano emozionati il compagno serio e semplice caduto sul lavoro. “Un eroe del nostro tempo”, ha scritto uno studioso inglese a Paolo Sylos Labini. Dice un delegato delle Officine Stanga di Padova. “Uno dei nostri, uno di tutti”.

Da “La vita di Enrico Berlinguer”, di Giuseppe Fiori, pag.507, Editori Laterza, 1989


[1] U. Baduel, Mancherai a tutti, “l’Unità”, 12 giugno 1984

[2] L. Pintor, A un amico, “il Manifesto”, 12 giugno 1984

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