Fabio Mussi, un protagonista dell'intera sinistra italiana

di Tore Cherchi.

Fabio Mussi è deceduto a Roma il 3 settembre scorso all’età di 78 anni. Per oltre quarant’anni è stato tra i protagonisti di primo piano della sinistra italiana.

Era nato in una famiglia di operai nella metallurgica Piombino: lo ricordo molto fiero delle sue origini sociali. Si iscrisse all’organizzazione giovanile del Partito Comunista Italiano nel 1965 e alla Scuola Normale Superiore di Pisa superando severe prove selettive: si può immaginare la soddisfazione di una famiglia di operai nel vedere il figlio accedere ad una delle scuole più prestigiose in Italia.

Racconta Massimo D’Alema che lui, Fabio e il bibliotecario erano i soli iscritti al Pci nella Normale di Pisa e che nel primo giorno in cui entrambi arrivarono alla Normale, anno accademico 1967/68, posate le valigie in portineria, andarono a fare a botte con i fascisti nella casa dello studente dove Pino Rauti teneva un’assemblea a favore dei colonelli greci.

Conclusi gli studi, si dedicò a tempo pieno alla politica cioè al Pci; fu redattore, poi capo dei servizi culturali e infine vicedirettore di “Rinascita” tra le riviste politico-culturali più importanti d’Europa in quegli anni; fu poi condirettore dell’Unità.

Nel Pci i giovani dirigenti acquisivano esperienza e davano prova di capacità di direzione politica attraverso il lavoro sul campo. Di questo percorso era tappa essenziale la direzione di strutture territoriali. Fu così che Massimo D’Alema finì in Puglia e Fabio Mussi in Calabria, entrambi a dirigere le organizzazioni regionali allora in grave difficoltà. La prova del fuoco fu superata e aprì la strada alla partecipazione alla segreteria nazionale.

Mussi nel 1989 sostenne la svolta della Bolognina promossa da Achille Occhetto. Eletto alla Camera, divenne il presidente del nostro gruppo parlamentare nella legislatura dell’Ulivo (1996-2001) con Romano Prodi presidente del Consiglio e poi Massimo D’Alema e Giuliano Amato. Il nostro gruppo era l’architrave della coalizione. Il miglior governo della seconda repubblica, quello presieduto da Romano Prodi, fu affossato dall’iniziativa estremista di Fausto Bertinotti. Seguì una fase convulsa con ben due presidenti del Consiglio. Quella fase fu l’anticamera della pesante sconfitta alle elezioni generali del 2001.

In quegli anni facevo parte dell’ufficio di presidenza del nostro gruppo parlamentare ed ero responsabile con Mauro Guerra della segreteria dell’Aula. Un compito delicato poiché dovevamo assicurare le presenze dei nostri parlamentari nel momento del voto e avere il polso dello stato della maggioranza. Mi occupavo inoltre della finanza pubblica. Ero dunque uno stretto collaboratore di Fabio Mussi: ricordo che si lavorava molto bene con lui.

Nell’esito negativo della legislatura del primo Ulivo, oltre la sciagurata iniziativa di Bertinotti, pesarono molto gli errori gravi del nostro gruppo dirigente, primo fra tutti l’essersi divisi in modo piuttosto clamoroso: il tratto caratteristico del Pci di soggetto politico con una notevole dialettica politica interna e tuttavia capace di produrre sintesi e unità di direzione, era stato smarrito. Direi smarrito per sempre. Penso che questo fatto abbia rappresentato il segno primo e più grave dell’insufficienza del giovane gruppo dirigente che guidò la svolta della Bolognina: non conseguirono l’obiettivo di portare nella nuova formazione politica, il PDS, il meglio della tradizione del Pci. Il correntismo esasperato vi penetrò sino ad alimentare fenomeni degenerativi cui non è stato posto più rimedio nonostante vi sia consapevolezza diffusa dei guasti che causa.

La legislatura dell’Ulivo si chiusa con Veltroni dimissionario da segretario generale per la candidatura, vittoriosa, a sindaco di Roma. Il successivo congresso dei DS vide un confronto molto forte fra piattaforme e candidati alla segreteria. Il confronto riguardava il nodo della continuità/discontinuità nel gruppo dirigente dopo la sconfitta elettorale e questioni fondamentali di contenuto che, semplificando molto, si riassumevano nell’assumere come asse politico la terza via blairiana o un asse politico francamente di sinistra. La linea della continuità era rappresentata dalla candidatura alla segreteria di Piero Fassino. L’alternativa era rappresentata dalla candidatura di Giovanni Berlinguer, sostenuto dal correntone che tra i suoi esponenti annoverava Sergio Cofferati, Fabio Mussi, Cesare Salvi. Vinse largamente la proposta di Piero Fassino e però anche il correntone ottenne una larga messe di consensi. Non fu un confronto inutile. La grande manifestazione promossa dalla CGIL al Circo Massimo con la partecipazione di oltre un milione di persone innalzò una barriera sociale contro le politiche del governo Berlusconi. Il rinato Ulivo vinse le elezioni.

Prodi ritornò presidente del consiglio. Di quel governo Fabio Mussi fu ministro dell’Università. Anche quel governo non ebbe lunga vita. Mussi non aderì alla fondazione del Partito Democratico: “io mi fermo qui”; dichiarò, riecheggiando Lutero a Worms, e scelse un’altra strada per conservare il suo essere di sinistra.

Chi scrive era stato con lui nel correntone ma non condivise la decisione di andare a costituire una nuova formazione politica destinata ad essere l’ennesima forza minoritaria della sinistra. A comprensione della scelta di Mussi deve tuttavia essere tenuto presente che sul Partito Democratico pendono ancora gli interrogativi sul se sia stato un atto realmente fecondo l’averlo fondato: la verifica sul campo è almeno incerta.

È invece netto il giudizio della storia sulla terza via blairiana: si rivelò, alla scala internazionale, un correttivo degli aspetti socialmente più iniqui delle politiche neoliberiste non una radicale critica e un’alternativa delle stesse. Forse sta qui una delle più significative origini delle attuali difficoltà della sinistra europea. Fabio Mussi aveva visto giusto.

Fabio ha chiuso la sua esistenza ben voluto e stimato per la coerenza delle posizioni politiche sostenute con netta onestà intellettuale e alimentate da un non comune spessore culturale. Lo sentiamo come un uomo dell’intera sinistra italiana.

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