Quella ferita che non ha smesso di sanguinare

di Pietrina Canu

Nel luminoso giardino di via Emilia, il primo appuntamento della rassegna “Via Emilia. Autori e autrici per capire il presente”, promosso dalla Fondazione Enrico Berlinguer, ha avuto, all’ombra incerta dell’olivo, un ospite d’eccezione, lo scrittore Paolo Nori e il suo ultimo romanzo Sanguina ancora, L’incredibile vita di Fëdor M. Dostoevskij con il dialogo stimolato dallo storico e scrittore Luciano Marroccu e dalla giornalista Paola Pilia, difronte ad un pubblico numeroso e partecipe.

        Paolo Nori ha un irresistibile talento narrativo: il suo racconto della vita di Dosteoevskij è accattivante, mai noioso anche per l’originalità del narrare nel quale le vicende dello scrittore russo si mischiano con la vita del suo biografo e con il suo sentire.

        La passione di Nori per Dostoevskij nasce quando quindicenne, nella sua cameretta della casa di campagna del nonno, legge “Delitto e castigo”, e già dalle prime pagine come Rodiòn Romànovič Raskòl'nikov si chiede: “Io quanto valgo? Ma io, sono come un insetto o sono come un Napoleone?”.

        E’ una rivelazione, la scoperta che “quello che avevo in mano, quel libro pubblicato centododici anni prima a tremila chilometri di distanza, mi avesse aperto una ferita che non avrebbe smesso tanto presto di sanguinare”.

        In quel momento egli non poteva saperlo, ma l’incontro con la letteratura russa era il preludio a un legame con il mondo russo che nel corso della sua vita, anche personale, si sarebbe dipanato in svariati modi e che lo ha condotto ad essere un grande esperto di quella cultura.

       Il filo conduttore che ha animato la riflessione è la capacità di Dostoevskij come di tutti i grandi della letteratura, di trascendere il proprio tempo e presentare peculiarità attuali, che interrogano con i suoi scritti noi lettori delle generazioni successive.

       La laconica affermazione “Io sono poi da solo e loro sono tutti” dell’uomo del sottosuolo racconta uno stato esistenziale che appartiene a tutti noi: la solitudine di ciascuno rispetto agli altri che sono un tutto, ma anche gli altri sono soli rispetto a tutti.

        Nori ha raccontato di aver chiesto alla figlia adolescente se avesse mai riflettuto su questa frase e del suo stupore nel sentire che conosceva e comprendeva naturalmente il sentimento che esprimeva.

Del resto affermava Hermann Hess: “Dobbiamo leggere Dostoevskij quando ci sentiamo a terra, quando abbiamo sofferto fino al limite del tollerabile e tutta la vita ci duole come un’unica piaga bruciante e cocente, quando respiriamo la disperazione e siamo morti di mille morti sconsolate. Allora, nel momento in cui – soli e paralizzati in mezzo allo squallore - volgiamo lo sguardo alla vita e non la comprendiamo nella sua splendida, selvaggia crudeltà e non ne vogliamo più sapere, allora, ecco siamo maturi per la musica di questo terribile e magnifico poeta.

         Il racconto è proseguito nel tratteggio di personaggi dei romanzi, dei luoghi frequentati dallo scrittore, della sua prigionia, dei suoi vizi, dei suoi legami familiari (il rapporto di Dostoevskij con il fratello Michail e di Nori con suo fratello), dei suoi rapporti con i padri della letteratura russa, Puškin e Gogol’, ma anche con Turgenev e Tolstoj, perché nel romanzo Nori non si limita a raccontare delle scambi e delle influenze, ma divaga in modo piacevole sulla nascita della letteratura russa, sui circoli  e sulla critica letteraria, per poi tornare al suo e nostro presente in questo scambio continuo fra uno scrittore dell’ottocento russo e noi lettori di duecento anni dopo.

         E come lettori non ci siamo sottratti. Abbiamo partecipato con entusiasmo ponendo domande e formulando riflessioni che hanno parlato di lingua russa (che come osserva Nori nel libro ha una musicalità che le traduzioni non riescono ad esprimere), di scrittori prigionieri (Dostoevskij è stato condannato a morte e la condanna poi tramutata in lavori forzati), del debito di Dostoevskij nei confronti di Gogol’, perché come egli stesso affermava “Noi veniamo tutti dal Cappotto di Gogol’”, fino a un salto temporale di un secolo per parlare di un altro grande della letteratura russa, Bulgakov e del suo Il maestro e Margherita.

       La narrazione si è avviata alla conclusione come si concludono le biografie, con la morte del protagonista, che Nori ha scritto in due tempi, che meritano di essere riportati 

       “Il babbo. Pochi mesi dopo il discorso moscovita, il 28 gennaio del 1881, alle 8 e 36 di sera, Dostoevskij muore di enfisema polmonare. Se andate al museo Dostoevskij, in vicolo dei Fabbri, a Pietroburgo, vedrete una scatola di tabacco della ditta Laferm, con su scritto, a matita: “28 gennaio 1881. Oggi è morto il babbo”. E’ la grafia della figlia Ljubov’, che allora aveva undici anni

       “Un amico. Racconta la figlia di Dostoevskij, Ljubov’, che alla veglia funebre di suo padre, quando è arrivato un inviato della corte a informare sua mamma, Anna Grigor’evna, che a nome di Alessandro II le era stata assegnata una pensione statale, e che era stato deciso di educare i suoi figli a spese dello stato, lei, Anna Grigor’evna, si è alzata tutta contenta per dare la bella notizia a suo marito. Che era morto. “In quel momento” ha detto Anna Grigor’evna “mi sono resa conto per la prima volta che da quel momento in poi avrei dovuto vivere da sola, e che non avevo più un amico con cui poter condividere la gioia e il dolore”.

         Nel finale dell’incontro non è mancata una sollecitazione a Nori a consigliare dei libri da leggere per conoscere meglio la cultura russa ed egli non si è sottratto suggerendo tre testi: “Hadgi Murat” di Tolstoj; “Mosca-Petuškì poema ferroviario” di Venedikt Erofeev; “Il medico, la moglie e l’amante: come Čechov cornificava la moglie medico con l’amante letteratura”, di Fausto Malcovati, una biografia appena edita del grande Čechov.

         Insomma nuovi spunti per gli appassionati dell’anima russa, cui non ci sottrarremo.

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Pietrina Canu, di Oliena, avvocato, segretaria comunale, fa parte del Consiglio di Amministrazione della Fondazione Enrico Berlinguer.

Foto di ©Dietrich Steinmetz, Cagliari, 3 giugno 2022
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