Bakis Bandinu, pensatore poetante della comprensione del tempo
di Natalino Piras.
Coincidenza vuole che Bachisio Bandinu sia venuto a mancare nella notte del 23 giugno, la stessa data dell’inumazione nel Pantheon di Parigi, tra i grandi di Francia, di Marc Bloch, storico, fondatore della scuola delle Annales, combattente della Resistenza, assassinato dai nazisti a Lione il 16 luglio 1944.
Marc Bloch è un mio mito. Bakis Bandinu, compaesano, sodale, amico, lo considero il più importante intellettuale della Sardegna contemporanea alla pari di Michelangelo Pira, bittese pure lui, e Antonio Pigliaru, orunese.
Insistendo sulle coincidenze, Bakis è il prefatore, Il cimitero di un paese il titolo, di un libro di cui sono autore, Pitzinnos Pastores Partigianos eravamo insieme sbandati, pubblicato dall’Anpi di Nuoro nel 2012. Il primo dedicatario de «la Bibbia dei partigiani sardi» come hanno detto quasi a una voce Manlio Brigaglia e Giacomo Mameli, è Marc Bloch.
Oltre che molte vicende, vari pezzi di umanità, diverse cose fatte in comune, moltissimi gli incontri, i convegni, le recensioni, di Bakis conosco l’intera opera, letta, sondata e interpretata alla sua maniera, il continuo confronto tra il locale e il globale, nel codice bilingue sardo e italiano, nella navigazione del nostro cuore di tenebra, nel sondare i silenzi e le maschere, nell’arte del racconto, nel dire e fare poesia, nel religioso e nel laico.
Per Bakis Bandinu, intellettuale totale, si può dire che il suo pensiero poetante sta nella comprensione del tempo. Tempo mitico, tempo storico, tempo sardo. Uno degli ultimi suoi libri pubblicati è Turismo lento. In cammino tenendo l’ombra (Fondazione Culturale Sardinia, 2023, 135 pagine, una introduzione e 30 capitoli) né è la conferma. È un libro di viaggio per terre e per acque, nel nostro cielo di agheras petzaglias e agheras di luce al tramonto. Ci sono tutti gli elementi ctoni, inferi, che l’essere sardi comporta. Mamuthones Boes Maimones. È un viaggio che racconta quel che l’occhio non vede, per riprendere qui una metafora sportiva, la macchina da presa che alle Olimpiadi di Tokyo 1964 cattura una velocità altrimenti impossibile da fissare. Quella velocità, 100, 200 metri, è in perfetta comparazione con la lentezza del camminare per chilometri e chilometri, a luke de ainu, nel libro di Bandinu.
È un libro di viaggio, dal sud al nord dell’Isola per approdare nuovamente a Cagliari, Città del Sole. Racconta itinerari conosciuti e sconosciuti ai turisti fai da te e a quelli dei pacchetti tutto compreso. Ma pure ai sardi succubi del pensiero turistico dominante. È scritto alla maniera di Bakis: che è antropologo insieme saggista e narratore, persona della parola poetica a sua volta tessuta da rime e assonanze, di parole libere e silenzi che contrastano su mutimene, quello altrui e il nostro.
«Sento la pulsione del viaggio tutto ciò che è in me mi appartiene: è il mio vissuto». Così inizia Turismo lento. Subito la preponderanza dell’io di Bakis nell’anaforico me mi mio. Il libro termina con un’altra anafora, ripetuta, presente in uno dei capitoli, Il corpo della terra: «Humus, humanitas e homine hanno la stessa radice».
Il viaggio è lineare, circolare, pure fatto di geometrie e angolature, la perfezione artistica della pietra lavorata e dei fili intrecciati a Ulassai da Maria Lai, anima del libro, colei che tiene per mano l’ombra per pretas fittas, menhir, pozzi sacri, nuraghi, chiese e santuari, luoghi di culto e di acque lustrali.
L’io narrante è Bakis reale ma pure altri sé. Il viaggiatore cammina a piedi, a luke de ainu appunto, con la stessa capacità sognante dei giovani col sacco a pelo in spalla, ma pure di preghiera di pellegrini e novinantes.
È il paese museo di Pinuccio Sciola, San Sperate, a venirci incontro per primo, con l’elasticità delle sue pietre sonore, voci di vento, di janas, di fantasmi buoni, voci foriere di nuove albe per il viaggiatore. A Barumini, nella Giara, Bakis sogna il vecchio Setzu di Passavamo sulla terra leggeri di Sergio Atzeni: «Mi è apparso e narrava di grandi costruttori di torri e del loro parlare con gli astri, del rapporto col sole e con le stelle per capire il mistero del mondo, parlava di abili navigatori che commerciavano con le lontane isole dell’Egeo, con l’Iberia e con l’Egitto».
Eleonora della Carta de Logu i Giganti di Mont’e Prama sono nuove apparizioni ad Albagiara. La sacralità dell’acqua del pozzo sacro di Santa Cristina prelude all’incontro con Deborah «l’indovina, la profetessa della Bibbia», nel libro dei Giudici. Sarà compagna di viaggio, silenziosa e eclissantesi per poi ricomparire qua e là, in significanza d’amore, sino al capitolo ultimo.
Nel viaggio ritornano i temi che fanno struttura nel pensiero poetante di Bakis Bandinu: la donna e lo specchio, il linguaggio gestuale e l’inesplicabile, il guardarsi dell’uomo-pastore nell’acqua del fiume ma pure miti e leggende, su para e sa mongia, Luxia arrabiosa di una estensibile Villaperuccio. E Nur «la parola più antica e più moderna della lingua sarda, nel suo duplice significato di cavità e mucchio».
Si succedono nel viaggio tra risalite e ridiscese, Tonara - alla fonte di Galusè l‘io poeta di Bakis si identifica, senza nominarlo, con l’io poetico di Peppino Mereu- la Barbagia nella sua interezza e nelle sue parti, «il bosco, la roccia e l’acqua» come «divinità familiari». In Barbagia il viaggiatore rivela di cosa sia fatta l’ombra: «Sono figlio di pastori, conosco l’approccio, so bene che in quel mondo si entra come ospite o come ladro. D’altronde hostis e hospes (nemico e ospite), hanno la stessa radice».
In Barbagia hanno senso e suono, ritmo e meccanismo, significante e significato, ancora discorsi d’amore e magie de su ballu, lo «sguardo ridente di Deborah» e, sempre senza nominarlo, il poeta Amico Cimino, il cantore «de sas perfetas operas divinas» comparate a «tue ses su modellu singulare».
La Barbagia è il centro per dire di maschere, feste, transumanze, cantu a tenore, smarrimenti, rimembranze, preghiere, sonno, Garriatore, gli incendi e il respiro del vento. A confine con la Barbagia c’è l’Ogliastra, il Golgo di Baunei, i vecchi precipitati dalla roccia, il riso sardonico. In finale la Gallura, Costa Smeralda, luogo inautentico, l’estraneo che è in noi sardi, che insieme accettiamo e rifiutiamo.
In questo manuale di viaggio, la Sardegna totale è sostanziata di poesia molto più di quanto non dicano ordinarie guide turistiche. Leopardi, il suo pensiero poetante come struttura della parola che si fa discorso e discorso sul metodo è stato presenza costante nelle lezioni di Bakis Bandinu mitico professore di lettere, a Bitti ma pure a Varese. Questo libro di viaggio registra il nostro tempo fermo e insieme lo attiva.
Altro testo importante, per dire di noi sardi, pretales, con tutta quanto la pietra significa, nel villaggio elettronico, è un libro double face: La scena nascosta. Come ci vediamo e la versione in sardo: Intragnas. Ite parimus? (Il Maestrale 2021).
I 26 capitoli sono una elaborazione del complesso di inferiorità dei sardi, dal periodo post nuragico a quello che viviamo, l’era digitale. Come sguardo e voce dal di dentro, «la parola che si offre e si riceve, la si scambia nella dimensione del dono» sostiene Bakis.
Questo libro è nel nostro tempo storico e in quell’altro dilatato e trasformato da tutte le dominazioni, accettate, dissimulate, spesso l’uno contro l’altro nel corso di duemila anni e passa. Lo sguardo esterno, dai viaggiatori del XIX secolo a Vittorini, colloca sempre la Sardegna come un altrove, luogo di punizione altrimenti abitato dall’ «uomo esotico». Uno sguardo dal di fuori incapace di scandagliare sas intragnas de nois sardos: per come ci vediamo, per come ci rappresentiamo, per come vorremmo essere e non siamo.
Bisogna saperlo navigare il nostro cuore di tenebra, per comprendere in che maniera i sardi siamo pretales così come capaci di desiderio, nucleo di contraddizioni ma pure di una volontà di affrontarle e risolverle, queste contraddizioni, finora mai emersa, mai venuta veramente alla luce. La nostra inventiva è un falso storico, come le Carte d’Arborea di metà Ottocento, capaci però di inventare un tempo di luce per la Sardegna, emanante dall’Isola a un intero continente.
Voluta da Bakis la presenza di Nereide Rudas, neuropsichiatra, come guida, la sua psicologia dinamica al servizio di questa preziosa indagine che è pure la summa di molto del pensare e scrivere di Bandinu antropologo, narratore, affabulatore, persona della parola e di tutte le sue intricanze.
È stata Nereide Rudas a dire per prima che i Falsi d’Arborea sono il nostro romanzo storico a cui guardare non come rimorso ma come fase proponente, da cui ripartire per la comprensione di un tempo reale, da vivere come soggetti attivi.
La scena nascosta svolge il suo narrare per snodi, a partire dae su connottu che diventa disconnotu per arrivare alla riproposta di un’idea moderna di identità che sappia mettere insieme «l’ambiente e il digitale» come pilastri dell’economia: il passato proiettato in un futuro contingente dove l’ambiente naturale e la cultura digitale convivono in relazioni simbiotiche con vicendevoli benefici». Un discorso che lungo i 26 capitoli attraversa e analizza il nostro senso di vergogna (narcisismo ma pure funzione di controllo), l’invidia (la sofferenza che nasce appunto da un complesso di inferiorità), attingendo dal nostro patrimonio linguistico, dalle parole per come si formano in frasi e proverbi, sintagmi poco più che monosillabi, parlare laconico, essenziale, pure e soprattutto faveddare in suspu, nascosto. I tempi verbali dei sardi, sostiene Bakis comparando la nostra oralità con Bachtin, Derrida, Todorov, Deleuze e altri pensatori ma pure e soprattutto con Gramsci, Emilio Lussu, Michelangelo Pira e il nostro comune amico Placido Cherchi, non sono mai diretti, non vivono l’indicativo presente, ricorrono alle ipotesi, al congiuntivo e al condizionale.
Dice il 17° capitolo che «I sardi pensano in tondo: è una frase perspicace di Giovanni Lilliu». Oltre che del tondo di cui è fatta la nostra produzione materiale, «collare di osso o di rame, sfera di ossidiana, anello e anfora, canestro e cilindro di sughero, paiolo, forma di formaggio e cerchio di pane, capanna e ovile» ci sono nella rotondità delle cose l’immaginario e il simbolico, dal pozzo sacro a su ballu tundu. Il tempo curvo della narrazione che si ripete senza soluzione di continuità, segno di molte culture dominate, e «il cerchio dei danzatori» che «esprime un respiro collettivo» in su ballu a tres pitzas della festa.
Sintomatico il recupero della festa tradizionale, luogo-tempo delle nostre attese e passioni (Non b’at festa chene sàmbene), del godere e soffrire, al fatto che est in sas festas chi si connoschen sas testas. Ieri e ancora oggi.
Dringhittàdelu su ballu! dice, recuperato da Bandinu, Andrea Deplano. È un incitamento che serve a sciogliere il Ntzch segno della negazione come status e come modus.
«Ntzch è la negazione sarda originaria, puro gesto fonico rinserrato dentro, senza neppure apertura delle labbra. Negazione ancestrale che non appartiene all’ordine verbale. Punto di blocco assoluto». È questo blocco che segna molto del giudizio che i sardi hanno svolto come reciprocità negativa su se stessi, nel corso del tempo.
La prospettiva, pro unu tempus novu, sta nella rimozione di questo senso del giudizio e di molte inadeguate stereotipie. Dice Bakis che «l’identificazione narcisistica “deo so sardu’ indica una mancanza più che una certezza: è sintomo di una identificazione problematica, non corrisponde tanto a sono soddisfatto di essere sardo, quanto a un desiderio di poterlo essere».
Infine o in principio, a seguire Il re è un feticcio (Rizzoli 1974) scritto insieme al suo maestro di giornalismo e di segni Gaspare Barbiellini Amidei, «romanzo» di cose che analizza l’avvento delle merci (intesa la parola in accezione marxiana) in Barbagia, la Costa Smeralda.
L’amore del figlio meraviglioso (Il Maestrale 2011). È l’esordio nella narrativa di Bachisio Bandinu dopo molti altri libri sull’argomento, il primo Costa Smeralda (Rizzoli 1982) specie di carattere antropologico. In questo L'amore del figlio meraviglioso l'antropologo si fa romanziere ma torna e insiste su un tema a lui caro: lo stazzo gallurese che diventa Costa Smeralda. Bandinu entra con il linguaggio dell’antropologo nell'invenzione del racconto. Rende luogo del narrato la Costa Smeralda, la sua nascita, appunto la sua invenzione di favola turistica, la sua più grande contraddizione che è per i sardi un non luogo e per i ricchi vacanzieri un non tempo.
Una perdita della memoria come venire meno alla capacità degli uomini di avere e mettere radici. Raccontato in analisi, anche a valenza psicanalitica, e con l'occhio del cronista che guarda alle trasformazioni e alle mutazioni. I protagonisti, la famiglia Solinas al centro, sono gente reale. Anche nei loro sogni e nel loro sradicamento. Quanto mai lontano un tempo nuovo.


