Il gabbiano di Berlinguer

di Cosimo Filigheddu

Se ti metti a scrivere un romanzo storico, un po’ di ricerche storiche le dovrai pur fare. Se ti accontenti del Bignami o del manuale di terza media, non sbagli, ma non fai granché. Qualcosa di inedito bisogna trovarlo e magari proprio in quello collocare il nocciolo del viluppo; pure se non sarà una grande scoperta, l’importante è che sostenga bene fatti e gente veri e fatti e gente inventati. Però non devi esagerare con la Storia maiuscola, ciò che conta è la storia minuscola, cioè il romanzo, e se ti metti a rompere le palle imitando gli storici, sei fregato. Persino gli storici veri quando vogliono scrivere un romanzo cercano di dimenticarsi di essere storici, ma quasi sempre non ci riescono e infatti si sono dati illustri scienziati che sul piano narrativo volteggiavano come mosche verdi su una cagata.

     Alcuni mesi fa ero immerso in questi pensieri (comprese le mosche verdi) mentre mi aggiravo come uno sciacallo intorno a una palazzina anni Trenta di via Alghero che è stata la prima e ultima posseduta dalla famiglia di Enrico Berlinguer. Suo padre Mario ne diventò proprietario insieme alla sorella Lidia intorno al 1936, prima erano sempre a pigione e quando poterono permettersi una casa di proprietà, la gioia fu rovinata dalla morte della gentile, acuta e bellissima Mariuccia, la madre di Enrico, da anni inchiodata tra letto e poltrona da una malattia che l’aveva guastata nel corpo e nella mente sino a ucciderla tra i supplizi suoi e di chi l’amava.

     Quella era comunque la vera casa di Berlinguer, non quella di viale Dante dove Enrico era soltanto nato. In questa casa di via Alghero aveva vissuto tutto il bello e il tragico della sua gioventù, abitava lì quando venne arrestato e si chiuse quella porta alle spalle quando nel settembre del 1944, a 22 anni, lasciò per sempre Sassari.

     E allora, siccome Enrico è uno dei personaggio del romanzo che stavo scrivendo, e neppure di secondo piano, esaurito tutto ciò che potevo trovare su quegli anni nei libri e negli archivi (a proposito, è stata un’occasione per scoprire Mario: che uomo splendido!), mi misi a frugare nelle emozioni, che per un romanzo sono ciò conta.

     E quindi mi aggiravo intorno a quella casa, cercando di varcare cancelli e muro di cinta per spiare i fantasmi del giardino o le finestre dell’appartamento al primo piano, dove immaginavo la scenografia, zeppa di mobili Novecento dal legno chiaro e gli inserti di ottone, di un litigio tra Mario ed Enrico, o l’irrompere di personaggi esistiti soltanto nella mia fantasia, che intrecciavo con anime vere e faccende altrettanto vere e altre false in un guazzabuglio che, sapevo per esperienza, a un certo punto si sarebbe messo miracolosamente a regime.

     Ero quindi lì a fare il ladro di sentimenti che forse in quella casa e in quei paraggi c’erano stati davvero, erano molto plausibili. Passavo e ripassavo senza il coraggio di suonare il campanello per dire agli attuali inquilini:

-Scusate, mi fate entrare per vedere se riesco a sorprendere un paio di spettri e farmi i fatti loro?

Perché era ciò che volevo: frugare nella vita intima dei morti per raccontarla in maniera interessante in un libro del quale ora spero che l’editore Il Maestrale venda un po’ di copie quando fra poco uscirà e a proposito del quale mi auguro di sentirmi dire:

-Come scrive bene, lei!

Fu allora che un gabbiano si abbassò stridente come uno Stuka, quei bombardieri tedeschi che in picchiata azionavano una sirena per terrorizzare ancor più il nemico. Era un gabbiano reale, quelli grandi che ormai stanno più in città che al mare anche nella stagione della villeggiatura.

L’uccello mi sorvolò a bassa quota con la sua minacciosa sirena e riprese altezza con una brusca impennata giusto in tempo per non rovinarmi in faccia come una libellula sul parabrezza.

Mi chiesi cosa avessi fatto per provocarlo. Di solito fanno così in periodo di cova quando un predatore vero o presunto passa vicino al nido. Ma dove cazzo era il nido?

     Io sono un vecchio signore che per la strada mantiene un’aria composta e dignitosa, non potevo mostrare ai passanti di temere quel gabbiano, ma neppure a lui di ignorare il suo avvertimento. Sentivo altri stridii, c’era dunque in via Alghero una comunità di gabbiani. Ma dove? Nel giardino della casa che appartenne a Berlinguer, sul suo tetto, o lì di fronte, nel giardino del retro di Villa Mimosa, o su uno dei suoi terrazzi maestosi e deserti di gente? Anche lì ci sono fantasmi: quelli dell’antica famiglia che costruì il bel palazzotto e gli altri, successivi, della grande industria locale che vi allocò la sua sede associativa, che attualmente è ancora lì ma l’industria locale è meno grande di allora.

     Andai avanti senza guardarmi intorno per dire al gabbiano che non me lo cagavo neppure e che lui non cagasse me, non solo nel senso metaforico, ma quello mi inseguì e partì in una seconda picchiata ancora più rabbiosa; mi arrivò tanto vicino che davvero dovetti fare uno sforzo per non mostrare la paura. Sembravo parte di un famoso film.

     Era innaturale, tutto ciò. Io ero ormai lontano molti passi dal punto del primo attacco e quindi dal luogo che voleva proteggere. Perché inseguirmi? Non potevo stargli sui coglioni oltre la giusta azione protettiva di un genitore, nessuna bestia ama faticare e rischiare più del necessario solo per una questione di antipatia o simpatia. Le bestie non sono come noi.

     Al terzo attacco ero ormai distante almeno cento metri. Urlava come un ossesso, poi volò su un muraglione più avanti rispetto al mio cammino, che sembrava prevedere, e quando gli passai sotto riprese a stridere. Non difendeva alcun piccolo, nessuna schiusa, non c’erano nidi.

    Anzi, ce n’era uno, quello che Leoncavallo definirebbe “Un nido di memorie”.

    Era quello che il guardiano di fantasmi voleva proteggere. Ma ormai era tardi. L’avevo già violato.

    Il libro è scritto e consegnato, compresa la pagina rubata agli spettri di via Alghero che il gabbiano non è riuscito a proteggere. L’ho fregato, però magari si è vendicato inducendomi a scrivere una cagata. E io domani mi risveglierò trasformato in una mosca verde. Se sarà così, ci scriverò sopra un altro romanzo. Questo magari un po’ copiato.

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Cosimo Filigheddu, nato a Sassari nel 1951, è giornalista dal 1973, scrittore e autore teatrale, autore di diverse opere su Enrico Berlinguer tra cui l’opera teatrale “La Partenza di Enrico” messa in scena dalla Compagnia Teatro Sassari per la regia di Mario Lubino al Cineteatro Astra di Sassari il 25 maggio 2022, nell’ambito delle celebrazioni del centenario della nascita di Enrico Berlinguer su incarico del Comune di Sassari.

Opera di © Marco Pili "Non ho parole per passare" ottobre 2019 130 cm x 130 cm

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