Cosa mi ha lasciato Enrico Berlinguer

di Tore Cherchi

Quando i sentimenti sopravvivono, forti e intatti, ai decenni trascorsi dalla sua morte, è perché si alimentano da un deposito di buone memorie. E così avverti che ti mancano leader politici che ti diano sempre la certezza di coerenza fra pubblico e privato, fra idealità dichiarate e politiche praticate.

Quando penso a Enrico Berlinguer i sentimenti si affollano; vengono prima e più urgenti della riflessione ponderata sul suo complesso lascito politico e culturale. Per intenderci: nella mente affiorano Antonello Venditti e la sua canzone Enrico se tu ci fossi ancora.

     Berlinguer lo abbiamo amato insieme con tanti milioni di persone. Sentimentalismo nostalgico, dunque? Niente affatto. I sentimenti, lo si sa, sono anche emozioni, hanno sempre qualcosa di sfuggente, di non catalogabile nella fredda razionalità. Sono una componente della militanza politica. Ma non sono nostalgia passatista. Almeno non in questo caso.

     Quando i sentimenti sopravvivono, forti e intatti, ai decenni trascorsi dalla sua morte, è perché si alimentano da un deposito di buone memorie. E così avverti che ti mancano leader politici che ti diano sempre la certezza di coerenza fra pubblico e privato, fra idealità dichiarate e politiche praticate. Che sappiano rappresentare un blocco sociale popolare, così lo chiamavamo ai suoi tempi, e non perdano mai di vista l’interesse generale del Paese.

     Provo a spiegarmi cosa intenda attingendo al bagaglio dei ricordi, a taluno di quelli che ti restano dentro, istruttivi in ogni tempo del che cosa sia la buona politica.  

   Ho nitida memoria del suo ultimo viaggio in Sardegna, gennaio 1984. Era un viaggio finalizzato alla preparazione delle elezioni regionali e delle successive elezioni europee. Una settimana da un capo all’altro dell’Isola. Inizio a Cagliari, 15 gennaio 1984, comizio davanti a una folla straripante nel grande piazzale antistante il Bastione. Poi di tappa in tappa, a Carbonia, Iglesias, Guspini, nel bacino minerario, nelle scuole a Oristano, nelle fabbriche di Ottana, in Barbagia, nel petrolchimico di Porto Torres, Sassari, Olbia, il segretario incontra operai, studenti e studentesse, contadini e pastori, cooperative e piccoli imprenditori.

    A quel dibattito di massa fra il PCI e la Sardegna, Enrico Berlinguer aveva dedicato tutto il tempo necessario. Lo aveva preparato con scrupolo: conoscenza aggiornata dei problemi dei diversi territori, esame delle possibili soluzioni. Quando assumeva un impegno, a nome suo e dell’intero partito, lo faceva con rigore. Le tante persone incontrate avvertivano che le sue erano parole oneste e affidabili.

      Per inciso: il PCI vinse le elezioni regionali. Le vinse con la sinistra unita e in alleanza con il Partito Sardo d'Azione allora posizionato in un rapporto costruttivo con la sinistra, frutto di una lungimirante politica di dialogo. Nacque una giunta regionale guidata dal sardista Mario Melis. Ma non è tanto una vittoria che intendo evidenziare quanto il suo modo di fare politica. Ritorno, quindi, al filo dei ricordi e faccio un confronto con il presente e con il passato prossimo e meno prossimo.

     Ho conosciuto tutti i segretari e i dirigenti di primo piano dei partiti derivati dallo scioglimento del PCI, dal Partito Democratico della Sinistra, ai Democratici di Sinistra, al Partito Democratico, partiti dei quali ho preso la tessera, sempre. Per lo più li ho visti arrivare in Sardegna di corsa, quasi trafelati, specialmente quelli dell’ultimo quindicennio.  Pretendono di fare, in una giornata, un’assemblea a Olbia il mattino, a mezzogiorno sono a Nuoro, poi a Oristano e chiudono a Cagliari. Incastrano quattro incontri nell'arco di una giornata raccontando lo stesso discorso dovunque. Immagino che lo stesso metro sia usato anche per le altre regioni. Questa non era la cifra di Enrico Berlinguer né quella dei maggiori dirigenti di quel PCI, profondi conoscitori dei luoghi, delle persone, dei problemi, quando l'interscambio tra la direzione nazionale e il territorio era molto forte. È una cosa che si è persa e non è un fatto positivo. Bisognerebbe metterci riparo.

    Per me, allora giovane parlamentare, quel viaggio di Berlinguer fu anche una lezione personale. Lo accompagnai nelle fabbriche del Sulcis. Succede che in una grande azienda metallurgica, gli operai, radunatisi spontaneamente in una grande sala, vengono da me e mi dicono che vogliono sentire un discorso di Enrico Berlinguer. Lui era passato solo per un saluto. Il discorso era programmato in un'altra fabbrica.  Cerco di spiegare la situazione agli operai. Inutilmente. Volevano Berlinguer.   E quindi mi avvicinai al segretario per dirgli della richiesta. Obiettò sulla deviazione dal programma ma comprese la situazione e andò a parlare con gli operai. Ebbe un’accoglienza entusiasta. Tutto era andato benissimo. Almeno secondo me. Ma non secondo il segretario del PCI.  All'indomani Antonino Tatò, il suo più stretto collaboratore, mi prende da parte e mi dice: “Mi ha detto il segretario di dirti che non sei stato un bravo organizzatore. Non hai preparato bene la tappa nella fabbrica. Il discorso non era previsto. Bisognava pensarci prima. E mi ha detto anche di ricordarti che solo i politicanti hanno un discorso pronto per tutte le circostanze”. Compresi che lui voleva dirmi: quelli sono operai di una data fabbrica, hanno i problemi di tutti gli operai d'Italia ma anche problemi e questioni specifiche. Bisogna trattare sempre con il più grande rispetto le persone. Il rispetto comprende il dialogo basato sulla precisa conoscenza dei problemi. Questa lezione di moralità politica e di stile, ricevuta in un’occasione di applausi al segretario, mi ha fatto comprendere una delle ragioni profonde per cui cittadini e cittadine si fidavano di lui: perché erano e si sentivano rispettati.

    Sempre sul filo della memoria andiamo ora in un’altra fabbrica, anzi nella regina delle fabbriche, la Fiat Mirafiori di Torino, il più grande stabilimento manifatturiero italiano. Nel settembre 1980 sindacati e operai erano in lotta contro i licenziamenti annunciati a migliaia. Berlinguer va a Torino, incontra gli operai assiepati ai cancelli, discute con loro, ne sostiene la lotta. L’epilogo di quel duro scontro non fu positivo per i lavoratori.  I licenziamenti furono ritirati e trasformati in cassa integrazione, anticamera del licenziamento solo differito. La lotta, durata trentacinque giorni, si concluse con la vittoria della Fiat. L’incontro di Berlinguer con gli operai della Fiat fu strumentalizzato e criticato con argomenti del tipo “non bisognava esporsi, la sconfitta era prevedibile”; “è affare solo dei sindacati non del partito”; “la produzione ha le sue esigenze, le  persone che  perdono il lavoro sono il prezzo obbligato ”. Berlinguer sapeva da che parte stare, non svicolava opportunisticamente di fronte alle difficoltà. Non tutti gli operai votavano il suo partito. Però gli operai dell’Italsider di Taranto, del petrolchimico di Porto Marghera o dei cantieri navali triestini sapevano di avere qualcuno che li rappresentava in Parlamento. Mi chiedo se oggi i trentamila lavoratori di Amazon Italia avvertano che c’è qualcuno che li rappresenta sul piano politico. Avrebbero bisogno di un partito che li difenda perché sono più deboli, più dispersi e più ricattabili degli operai della grande Mirafiori. E avrebbero bisogno di leggi che diano tutele e diritti a loro e ai tanti precari, uomini e donne, che ne sono privi. Leggi che estendano i diritti, non che li tolgano a chi li ha già conquistati.

       Berlinguer si occupava dei lavoratori e della condizione dei più deboli e contestualmente guardava agli interessi generali del Paese. Penso che la lunga e tragica stagione del terrorismo, più di ogni altra vicenda, mostri cosa intendesse per funzione nazionale di un partito popolare e di massa.

      I risultati delle elezioni del 1976 avevano avvicinato il Pci al Governo del Paese. Un esito apertamente osteggiato dal governo USA. In Italia il blocco delle forze di centro destra e il terrorismo di destra e di sinistra oggettivamente convergevano nell’ostacolare il dialogo Moro-Berlinguer e ogni prospettiva del Pci al Governo. Nel febbraio del 1977, la manifestazione della Cgil con Luciano Lama, all’Università di Roma, fu impedita dall’assalto violento dei movimenti estremisti di sinistra. I giornali della borghesia applaudirono. Sindacalisti della Cisl e della Uil disquisirono e negarono solidarietà alla CGIL. Non vedevano che cosa stesse montando. Il neologismo “gambizzazione” divenne tristemente conosciuto dalla gran massa dei cittadini. BR, Prima Linea, Fronte Combattente Comunista e tanti altri gruppi sparavano per azzoppare dirigenti industriali, forze dell’ordine, giornalisti. Dalla “gambizzazione” si passò rapidamente a sparare per uccidere. In Francia, Sartre e Foucault sono abbagliati: scrivono un manifesto con altri intellettuali per denunciare il clima repressivo in Italia scambiando l’attacco armato alla democrazia, il terrorismo e l’assassinio, con il dissenso. L’ambiguità è anche di taluni esponenti della cultura italiana, Eugenio Montale e Leonardo Sciascia compresi.

     Il Pci venne dipinto come il partito della repressione. E dunque tutto un variegato mondo di movimenti, indiani metropolitani, ma anche di fiancheggiatori del terrorismo, si diede appuntamento a Bologna per sfidare il Pci in casa. Vi arrivarono in 25mila, ultima settimana di settembre del ‘77, e trovarono un’amministrazione cittadina accogliente, spazi a disposizione per discutere quanto vogliono, pasti a modesto prezzo politico. “Non saranno questi poveri untorelli a spiantare Bologna” aveva detto Berlinguer qualche settimana prima, concludendo il festival dell’Unità a Modena, in un discorso aperto al confronto con qualsiasi forma di dissenso ma fermo nel definire “nuovi fascisti” le formazioni terroristiche. L’escalation del terrorismo ebbe il culmine con il rapimento e l’uccisione di Aldo Moro nella primavera successiva. L’anno dopo le Brigate Rosse ammazzarono Guido Rossa, operaio dell’Italsider di Cornigliano, comunista, sindacalista della CGIL. Il terrorismo fu infine sconfitto.

      Le ricorrenze, soprattutto quelle tonde dei decennali e dei centenari, ripropongono anche i classici interrogativi sul ciò che poteva essere e non è stato. A proposito di Enrico Berlinguer ritorna in questione il perché lui, che pure aveva preso atto dell’esaurimento della spinta propulsiva della Rivoluzione d’ottobre, non abbia portato l’avvicinamento ai partiti socialisti di Willy Brandt e Olof Palme, sino all’esito di cambiare il nome del PCI e di entrare nell’Internazionale Socialista.

      È un fatto storico che egli spese le sue energie nel tentativo di dare una nuova prospettiva al comunista nel campo occidentale. Quello era il suo obiettivo. E dunque un dibattito sul ciò che poteva essere e non è stato, buono e utile per la ricerca storica, lo trovo fuorviante se guardo a ciò che serve alla sinistra del tempo presente. Quando si sciolse il PCI e si fondò il nuovo Partito democratico della sinistra si disse che nel nuovo sarebbe stato portato il meglio della tradizione dei comunisti italiani. Un dibattito necessario, a mio avviso beninteso, riguarda la domanda su quanto del meglio della tradizione dei comunisti sia stato conservato e quanto sia stato smarrito e che, recuperato, potrebbe essere utile a una sinistra moderna: da Berlinguer si avrebbe da attingere molto.

    Tanta acqua è passata sotto i ponti. Anche il PDS è stato superato. Sono venuti i DS e il PD. Tante e tanti, anche attivi in politica, per dato anagrafico, neppure conoscono Enrico Berlinguer o ne hanno a mala pena sentito parlare.

      Nel tempo presente ha un senso politico e non solo affettivo, discutere di un leader politico che, amato dalle masse, fa parte della storia nazionale e che, figlio del suo tempo, ha lasciato “pensieri lunghi”, anticipatori di grandi questioni esplose negli anni Novanta e nel ventunesimo secolo.

       L’analisi berlingueriana della questione morale definita, in senso tutto politico e non moralistico, come l’occupazione di tutto il potere pubblico da parte dei partiti, ebbe clamoroso riscontro negli anni Novanta con la fine della cosiddetta prima repubblica. Rimane una questione sempre attuale e può essere ben compresa e affrontata con le idee di Berlinguer.

       La necessità di un nuovo ordine mondiale e del superamento dei blocchi in cui il mondo era allora diviso (in mutate forme lo è sempre) andava ben oltre l’idea di un blocco vincitore presente a destra ma anche nella sinistra comunista.

     Sull’austerità si irrise da più parti quando Berlinguer la prospettò come la necessità di un cambiamento profondo dell’occidente capitalista consumista, fonte di crescenti diseguaglianze sociali, dannoso all’uomo e alla natura. L’attuale Agenda 2030 delle Nazioni Unite ha robuste affinità con il pensiero di Berlinguer; difficile rintracciare qualche somiglianza con le idee dei modernizzatori rampanti che lo tacciarono di pauperismo.

      Uomini con la sua tempra morale e il suo modo di essere leader politico sono una lezione vivente buona per l’oggi, non l’icona da celebrare nelle ricorrenze.

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Tore Cherchi è Presidente della Fondazione Enrico Berlinguer. Ingegnere minerario, iscritto dal 1972 al PCI e poi ai DS e PD, è stato l'ultimo segretario regionale del PCI sardo e il primo dell'Unione Autonoma della Sinistra Sarda/PDS. E' stato parlamentare, sindaco di Carbonia e presidente della provincia di Carbonia ed Iglesias.

Enrico Berlinguer a Cagliari il 15 gennaio 1984 Foto © Franco Sotgiu, Cagliari, 1984
Manifestazione con Enrico Berlinguer a Cagliari il 15 gennaio 1984 Foto © Franco Sotgiu, Cagliari, 1984

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