Ciao Antonio Carta
di Gabriele Calvisi
A stento sono riuscito ad evitare la scorciatoia del pianto, stamattina, dopo aver saputo della morte di Antonio Carta, avvenuta anzitempo, ieri sera sul tardi, in un letto d’ospedale.
Vi era entrato la notte prima, con l’affanno che dolorava il petto. Nel tardo pomeriggio, Irene, Stefano e Paola hanno autorizzato l’interruzione della ventilazione e dopo qualche ora, nel sonno profondo e oscuro, il suo respiro si è fermato.
Non sono in grado di ricordarlo, adesso. Non per difetto di memoria degli ultimi cinquanta anni, ma perché lui non fa parte ancora del passato. La sua persona è tuttora distinta e silenziosa in un presente dilagato nello sconcerto.
Voglio scrivere solo di alcuni aspetti di lui.
In tutta la sua vita, in ogni attività, ha inteso l'adempimento del proprio dovere come il contenuto supremo della realizzazione della propria persona morale.
Come se fosse la massima espressione dell'amore per il prossimo e il perseguimento del bene collettivo.
Come se fosse gradito a un Dio e da un Dio chiamato ad esercitare le professioni che ha vissuto: da funzionario di partito a presidente provinciale e regionale di Legacoop, da consigliere comunale di Oristano a dirigente di quella straordinaria organizzazione politica del secolo scorso, colma di gente per bene, che è stata il PCI.
La sua era una tonalità del far bene che regolava le relazioni e dunque anche le amicizie. Una parola che può rendere l’idea di quello che voglio dire è la tedesca “Beruf” che assomma in sé il concetto di professione e vocazione. Antonio aveva questa naturale vocazione, come chiamato da un Dio civico, in grado di fare bene in ogni sua attività. Senza tornaconto personale. Rafforzata dalla grandezza di non aspettarsi riconoscenza per il bene fatto.
La sua naturale vocazione è alimentata da una spiccata intelligenza e da un ininterrotto stato di grazia. Era un lettore onnivoro, scriveva meravigliosamente, amava la musica, esercitiva la mitezza, la curiosità e l’ironia.
Amava infinitamente il colibrì.
A Trinidad di Cuba, dieci anni fa, nel giardino di Mario, è rimasto incantato, con inestinguibile luce negli occhi, osservando la minuscola creatura sospesa, immobile sotto un albero di mango.
Ake bonu viaggiu, Antonio



