La speranza della pace nella VITA APPESA di Atef Abu Saif
di Stefania Piredda
Ringrazio Atef Abu Saif per averci regalato questo prezioso libro che prende per mano il lettore per aiutarlo a compiere un emozionante, anche se per molti versi terribile, viaggio in una Palestina purtroppo a tanti ancora sconosciuta.
Che cosa sappiamo in fondo noi della gente che oggi vive a Gaza a parte ciò che ci raccontano le cronache dei giornali? Io mi sono sempre chiesta che storie avessero le persone che vediamo nei servizi dei telegiornali, che raccontano in maniera purtroppo troppo sintetica una distruzione e un orrore che sembra senza fine. Mi sono chiesta che storie avessero quelle madri e quei padri che piangono i figli, quei ragazzi che forse non diventeranno mai adulti, quelle donne e quegli uomini che hanno una vita totalmente diversa da quella che viviamo noi, in una terra che da 80 anni vive, fortunatamente, senza l’incubo di una guerra che fa tremare le pareti di casa e i cuori.
Sì, con questo libro mi sono sentita presa per mano e ccompagnata nelle case di Gaza per avere delle risposte, per approfondire la conoscenza di un mondo di cui ignoravo tanti aspetti che mi hanno profondamente colpito e turbato.
Ma non ero sufficientemente preparata, lo ammetto, perché lo scrittore ci mette subito davanti alla realtà più cruda. Non ero preparata ad emozionarmi per la morte di Na‘im, uno dei personaggi principali con cui si apre il romanzo, il tipografo che viene ucciso da una pallottola di un cecchino, dopo che Abu Saif me lo aveva appena fatto conoscere e stimare. Ero soltanto all’inizio del romanzo quando la metafora di “VITA APPESA” che dà il titolo al libro mi si è svelata con tutta la sua drammaticità.
Na‘im muore sulla porta della sua piccola bottega di tipografo dove svolgeva un compito molto importante per la sua comunità. Stampava i manifesti dei martiri, quei manifesti che servono a conservare la memoria di chi è morto da eroe per una causa che tutti i palestinesi hanno nel dna. Ma Na‘im non è solo colui che stampa i manifesti.
Lui conosce la storia e conserva in un cassetto le foto di ogni giovane che muore. Custodisce il ricordo e ad ogni morte di cui gli arriva notizia, soffre di un dolore che toglie il respiro, quel dolore di chi sa che la battaglia che i palestinesi combattono è sacrosanta ma che, allo stesso tempo, spezza il cuore ad ogni proiettile che viene fatto esplodere, ad ogni giovane, spesso poco più che bambino, che viene ucciso.
Ma l’autore del libro, che con il dolore di Na‘im per la morte di un ragazzino che stimava tanto ci aveva già devastato il cuore, scava ancora di più, costringendoci ad assistere al dolore di una madre che ha perso il proprio figlio e non si rassegna al fatto che non potrà più arrivare al banco di scuola che lo avrebbe dovuto formare per affrontare la vita. Una madre che, come tutte le mamme di Gaza, vivrà costantemente “appesa” a quel dolore che si prova quando si vive con la costante paura per le persone che ami, una paura che noi non possiamo nemmeno ipotizzare di poter provare. Questo, a mio parere, Abu Saif vuole con forza evidenziarlo perché sa che i racconti che arrivano nelle cronache dei giornali mostrano soltanto una parte infinitamente piccola della condizione umana in Palestina.
A Gaza non è scontato svegliarsi la mattina a vivere la giornata con la certezza che le ore trascorreranno senza che nessuno venga ucciso. Non c’è mai serenità in quelle strade che Abu Saif descrive fino a farci immaginare le voci, i rumori, i profumi, con la triste consapevolezza, peraltro, visto che il libro si chiude nel 2013, che oggi molte delle strade e degli edifici in cui è ambientata la storia sono stati probabilmente distrutti nella guerra iniziata il 7 ottobre. Una data di inizio il 7 ottobre, sia chiaro, soltanto per noi che viviamo lontano da Gaza, perché basta sfogliare il libro per capire che la parola “pace” è un concetto estraneo da moltissimi decenni a questo popolo. Troppe persone non conoscono il “prima” del 7 ottobre.
Abu Saif ce lo racconta nel minimo dettaglio, perché le storie dei protagonisti, raccontate su più piani temporali, sono accompagnate da una dettagliata panoramica storica e politica. Parte da quella dei genitori di Na‘im, che hanno vissuto il periodo dell’occupazione britannica, aspirando all’indipendenza e che invece hanno poi vissuto il dramma della Nakba, la sciagura dell’esodo palestinese con la nascita dello stato di Israele. Na‘im nasce nel 1948 e fa parte di quella seconda generazione che sperava che si arrivasse a una svolta. Un sogno infranto con la guerra del 1967. Suo figlio Salim, che nel romanzo incontriamo dopo la morte di Na‘im, fa parte della terza generazione, che ha vissuto la prima Intifada, le tante occasioni che hanno fatto sperare in un futuro di pace, gli Accordi di Oslo la nascita dell’Autorità nazionale palestinese. Ma anche quel sogno si è infranto, e il tempo è trascorso ancora sino al fallimento dei negoziati di Camp David. E poi la seconda Intifada, ancora illusioni, ancora dolore sino ai giorni nostri, con gli arresti compiuti calpestando tutti i diritti civili, con le prigioni, i tunnel sotterranei. Abu Saif ci racconta l’orrore di chi vive sotto assedio da quando è nato è che è disposto a morire per un cambiamento che però non arriva mai.
Chi muore sotto i proiettili dei nemici da queste parti è un eroe. Ma non per tutti. Per Salim, figlio di Na‘im, ad esempio, non c’è niente di eroico a morire ucciso da un cecchino: “Mio padre non è un eroe, è una vittima del nemico”, dice mentre si oppone a far stampare un manifesto con la foto di suo padre che la comunità vuole celebrare e consegnare alla memoria collettiva del campo profughi. Eppure Salim sa che il padre è un simbolo della dignità e della non violenza, della resistenza non armata. Sa che è una figura di riferimento nella città da cui lui ha scelto di allontanarsi. Ma non può accettare che diventi un manifesto destinato a sbiadire come il viso di tanti morti a Gaza di cui noi, nella parte del mondo “sicura”, non sapremo mai nulla.
Salim si trova in Italia, perché lì ha scelto di vivere, quando riceve la notizia della morte di suo padre. La scopre nel peggiore dei modi, leggendo i giornali che lui da sempre, da quando è andato via, sfoglia con il cuore in gola. Quella mattina i giornali parlano di un sessantenne ucciso da un cecchino e per quanto lui cerchi di cacciare via l’idea di quanto gli staranno per comunicare al telefono, il suo cuore è già spezzato. Quell’uomo semplice, solido, che gli ha trasmesso tutti i valori in cui crede, che avrebbe voluto la sua famiglia riunita pur sapendo che non sarebbe mai accaduto, è morto. Questa dipartita mette Salim di fronte a una realtà che aveva sempre cercato di tenere lontana, in un mondo parallelo da quello in cui aveva scelto di vivere. Sì, perché Salim, pur avendo vissuto la prima parte della sua vita come i tanti giovani di Gaza, in prima linea nella battaglia del popolo, dopo gli studi superiori decide che la sua vita nel mondo adulto sarà lontano da Gaza. La sua carriera universitaria, i rapporti sociali li vive in Europa, in particolare in Italia. Lascia il suo amore giovanile, Giaffa, perché la voglia di andare via è forse più grande del sentimento che prova, o forse sa che è necessario considerarlo più grande. Salim va via anche se sa che suo padre soffrirà per questa scelta e scopre un nuovo mondo dove cerca di integrarsi, trova persino una nuova fidanzata, Natalyn, anche se quel mondo di cui lei fa parte non riesce a sentirlo davvero suo. E infatti alla morte del padre, ogni certezza si incrina e il passato bussa alla sua porta reclamando spazio. Così Salim torna a Gaza dove ritrova i parenti, il primo amore Giaffa e i suoi amici, ognuno dei quali ha un ruolo simbolico nel libro. Rappresentano le varie scelte possibili che i giovani con Salim hanno affrontato: fuggire lontano, entrare nella resistenza, provare a fare il mestiere di giornalista, di barista. Diverse opzioni per porsi davanti alla condizione in cui si vive se si nasce in Palestina.
Certo, ci dice lo scrittore, non è facile scegliere che cosa essere, non è facile restare a Gaza ma non è nemmeno facile mettersela alle spalle e con Salim ce lo mostra, pagina per pagina, mentre il campo viene travolto dagli eventi politici. Ci racconta come aumentano gli scontri nelle strade, i posti di blocco e i tanti giovani iniziano a sparire. Mette i brividi il racconto dell’arresto di Salim, fanno orrore le torture e sembra di sentire le urla di chi le ha subite e forse le sta
vivendo anche mentre noi siamo qui oggi. Abu Saif è abile a mescolare la storia di Gaza con quella dei suoi personaggi, gente che ama, soffre, sogna nonostante le ferite, la paura, l’instabilità.
C’è spazio per l’amore in un mondo come questo? Viene da pensare che lo scrittore ci creda perché al tema dell’amore dedica grande spazio mentre descrive i rapporti di Salim con le donne che ha incontrato nella vita, l’amore incondizionato tra genitori e figli, come quello del padre di Giaffa che accetta le scelte dalla figlia qualunque esse siano e questo stona con il racconto che spesso ci viene fatto del mondo arabo.
Non vi svelo che cosa finirà per decidere Salim in questa terra che non è solo territorio di guerra, ma è comunità viva, dove ogni vita è fragile, vulnerabile come in qualsiasi altra parte del mondo. Questo lo scrittore ce lo insegna raccontandone la quotidianità che però in qualsiasi istante può nascondere la tragedia. Ci sarà mai la pace?
Io, e credo di farmi interprete del pensiero di chi amerà questo libro, ci spero fortemente e questa mia speranza che ho letto anche nel cuore di Na‘im io vorrei raccontarvela con le parole scritte da una bambina in un'altra epoca, in un’altra guerra, durante un genocidio che ci ha fatto orrore, insegnandoci che ogni genocidio deve fare orrore, anche quello che è in corso in Palestina. Perché non possono esistere genocidi di serie A e genocidi di serie B.
“È un gran miracolo che io non abbia rinunciato a tutte le mie speranze perché esse sembrano assurde e inattuabili. Le conservo ancora, nonostante tutto, perché continuo a credere nell'intima bontà dell'uomo. Mi è impossibile costruire tutto sulla base della morte, della miseria, della confusione. Vedo il mondo mutarsi in un deserto, odo sempre più forte l'avvicinarsi del rombo che ucciderà noi pure, partecipo al dolore di milioni di uomini, eppure quando
guardo il cielo, penso che tutto si volgerà nuovamente al bene, che anche questa spietata durezza cesserà, che ritorneranno l'ordine, la pace e la serenità”. (Anne Frank, Diario)



